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	<title>Corsi Coaching</title>
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		<title>Corsi di coaching: alcune scuole interessanti</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 15:07:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Icorsi e le scuole]]></category>

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		<description><![CDATA[Diventare coach professionista attraverso dei corsi di coaching: ecco alcune scuole da tenere in considerazione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le offerte di <strong>corsi coaching</strong> per diventare dei <strong>coach professionisti</strong> sono in Italia di anno in anno in aumento. Essendoci un&#8217;offerta così corposa anche le possibilità di scelta tra diversi obbiettivi, tipi di percorso e insegnamento è abbastanza varia.</p>
<p>Per dare quindi un aiuto a chi vuole diventare coach professionista e intende iscriversi ad un corso, proponiamo questa breve lista ragionata di alcune scuole di coaching italiane, in modo da facilitare l&#8217;orientamento iniziale, che dovrà poi focalizzarsi sulla scuola che più corrisponde ai propri obbiettivi. Quella presentata è in ogni caso solo una piccola parte dell&#8217;attuale offerta di <i>corsi coaching</i> in Italia, ma che può comunque servire almeno quale esempio delle diverse possibilità  al riguardo.</p>
<h3>SCOA</h3>
<p><span style="color: #0000ff;">www.schoolofcoaching.it</span></p>
<p>E&#8217;una società pioniere e leader in Italia nei servizi di Executive Coaching per imprenditori e manager e nei corsi di coaching, con un ottimo corpo docente, formato da professionisti con decenni di esperienza in grandi aziende tra cui multinazionali americane.</p>
<p>Unica scuola in Italia accreditata presso la Worldwide Association Business Coaches offre<br />
un Master in Business ed Executive Coaching, a cui si accede partecipando prima ad un DEVELOPMENT CENTER propedeutico di una giornata e un colloquio individuale con un coach SCOA, utile soprattutto ad orientare il futuro coach e a chiarire i suoi obbiettivi e capire che cosa la scuola può offrirgli.</p>
<p>Il Master è suddiviso in due anni. Il primo anno con 22 giornate di lezione in tutto (suddivisi in moduli mensili di due giorni), più due giorni di verifica degli argomenti appresi e sette incontri individuali con i coach insegnanti. Nel secondo anno ci sono  invece 10 giorni di lezioni e due giorni di verifica, più tre incontri individuali.</p>
<p>A questo si aggiungono alcuni corsi e seminari di approfondimento per coach che già operano professionalmente.</p>
<h3>The Change Partnership Italy</h3>
<p><span style="color: #0000ff;">www.tcpitaly.com</span></p>
<p>Offre dei <u>corsi coaching</u> articolati in tre fasi:</p>
<p>- Coaching Academy Foundation: un introduzione al coaching (durata 60 ore)<br />
- PNL Coaching Academy, un approfondimento alla PNL nel coaching (durata di 60 ore)<br />
- Diploma in Advanced Executive Coaching, accreditato dall’ICF (125 ore)</p>
<p>I primi due livelli servono per formarsi le basi del coaching, e sono rivolti sia a chi vuole intraprendere la carriera di coach professionista, sia a chi opera in ambito manageriale e vuole acquisire strumenti di people management e leadership.</p>
<p>Il diploma è invece rivolto sia ai manager che vogliono approfondire le proprie conoscenze del coaching per impiegarlo nella loro realtà porofessionale, sia ai coach professionisti esterno alle aziende che desiderano impadronirsi dei diversi strumenti che il coaching offre.</p>
<h3>Corporate Coach U Italia</h3>
<p><span style="color: #0000ff;">www.coachuitalia.com</span></p>
<p>Divisione Italiana della Coach U International è la prima scuola in Italia ad essere stata approvata dalla ICF (International Coaching Federation).</p>
<p>Offre dei corsi sia nel corporate che nel personal coaching:<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Core Essential Personal and Life Coaching</strong></p>
<p>E&#8217; un corso rivolto a chi vuole impossessarsi delle conoscenze e delle tecniche di base del coaching, per poterlo impiegare sia all&#8217;interno di realtà aziendali sia nella vita privata.</p>
<p>Consta in tutto di 12 giornate che possono essere organizzate sia come 2 giorni al mese per sei mesi durante i weekend o<br />
come giornate infrasettimanali.</p>
<p>Il superamento dell&#8217;esame previsto al termine del corso e il conseguente rilascio di un diploma internazionale, permetterà di accedere all&#8217;esame presso l&#8217;ICF per ottenere l&#8217;accreditamento come ACC (Associate Certified Coach).</p>
<p><strong>Corporate Coaching Program </strong></p>
<p>Rivolto sia ai coach professionisti che ai manager o a chi si occupa di gestione di risorse umane, è un competo programma di coach interno o esterno all’azienda che dura 20 giornate totali. La certificazione assicura un alto livello di competenze e di esperienza per poter svolgere il ruolo di corporate coach.</p>
<p>Il superamento dell&#8217;esame previsto al termine del corso di 19 giornate, permetterà di accreditarsi come ACC, dopo aver conseguito un&#8217;esperienza di 100 ore di coaching, e come PCC, dopo aver conseguito 750 ore di coaching, senza sostenere ulteriori esami presso ICF.</p>
<p><strong><br />
Coaching e Sviluppo Personale</strong></p>
<p>Presso la Luiss Business School di Roma. Il corso dura in tutto 20 giornate e presenta un percorso basato sull&#8217;idea che il coaching sia una relazione nella quale il Coach agevola lo sviluppo della persona, all&#8217;interno o all&#8217;esterno delle organizzazioni, facendo emergere appieno le sue potenzialità.</p>
<p>Si prefigge di costruire un insieme di competenza teoriche e pratiche di:</p>
<p>- corporate e business Coaching, che si concretizza nello sviluppo dei manager di aziende, di organizzazioni non profit e di istituzioni e nel supporto a imprenditori e manager di piccole e medie imprese;<br />
- executive Coaching, che si realizza nel sostegno – di tipo strategico – rivolto a top manager ed executive;<br />
- team Coaching, che trova realizzazione attraverso il sostegno alla performance di team e gruppi di progetto.</p>
<h3>The School of Success Coaching</h3>
<p><span style="color: #0000ff;">www.coachingschool.it</span></p>
<p>Offre un percorso piuttosto strutturato e con un taglio spiccatamente pratico. La includiamo in questa lista in particolare perché i suoi corsi coaching comprendono tra l&#8217;altro l&#8217;insegnamento di tecniche di marketing indirizzate appositamente ai coach che vogliono promuoversi e raggiungere nuovi clienti.</p>
<p>Non bisogna infatti dimenticare che una delle difficoltà che incontrano i coach agli inizi è proprio quella di procurarsi i primi clienti e di farsi conoscere nel proprio mercato di riferimento. Un marketing efficace può quindi essere in questi casi un ottimo alleato per i coach appena usciti da un corso.</p>
<p>In ogni caso, benché sia giusto e interessante che una scuola di coaching ponga come importante il tema del marketing dell&#8217;attività di coach, non è questo il parametro fondamentale su cui scegliere la scuola, benché sia uno di quelli da tenere certamente in conto.</p>
<p>Il marketing può infatti essere anche appreso separatamente dai corsi, utilizzando dei corsi di marketing specificamente indirizzati alla professione di coach (per ora sono in lingua inglese), oppure di corsi più generali dedicati al marketing per i professionisti, di cui si trova qualcosa anche in lingua italiana.</p>
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		<title>5 domande per scegliere la scuola giusta</title>
		<link>http://www.corsicoaching.info/corsi-coaching/scegliere-la-scuola/5-domande-per-scegliere-la-scuola-giusta/</link>
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		<pubDate>Fri, 02 Jul 2010 12:13:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scegliere la scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[Ecco quali sono le cinque domande fondamentali per scegliere la giusta scuola di coaching.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1 &#8211; &#8220;Chi è&#8221; davvero la scuola?</h3>
<p>Il coaching si sta diffondendo sempre di più da diversi anni. Questo ha causato la nascita di moltissimi corsi di coaching, rivolti a coloro che vogliono diventare coach professionisti. Molti di questi corsi sono tenuti da realtà che hanno tutte le caratteristiche per poterlo fare nella maniera migliore. Alcune invece sono piuttosto &#8220;improvvisate&#8221;.</p>
<p>Per questo è bene sapere con chi si ha a che fare nel decidere di affidare il proprio percorso formativo. Chiedere quindi da quanto tempo la realtà in questione eroga i corsi e quanti coach sono diventati tali grazie ad essa, possono essere alcune domande utili da fare.</p>
<p>Un&#8217;altra cosa, ancora più importante, è riuscire a venire in contatto con persone che hanno già seguito i corsi. E&#8217; perciò utile chiedere alla scuola alcuni nominativi per contattarli e chiedere cosa ne pensano dei corsi che hanno seguito.</p>
<p>Facendo questo si avrà anche modo di capire quanto chi ha seguito i corsi sia riuscito ad integrarsi nel mondo del lavoro come coach professionista. Una delle cose che da una buona scuola ci si può aspettare è infatti anche un aiuto, o almeno una serie di efficaci supporti, che facilitino l&#8217;inizio della propria vita professionale.</p>
<h3>2 &#8211; Quali tipologie di corsi di coaching offre la scuola?</h3>
<p>Il coaching offre diverse specializzazioni ai coach professionisti. Si può sceglire di diventare un business coach, un coach sportivo, un coach personale, un career coach e diverse altre possibilità. Per questo è importante accertarsi che la scuola che si sceglie eroghi specificamente dei corsi del tipo a cui si è interessati.</p>
<h3>3 &#8211; Quali certificazioni offre la scuola?</h3>
<p>Le certificazioni sono sicuramente dei pezzi di carta, ma talvolta possono essere utili. Per dirla diversamente un coach che si è formato senza ottenere alcuna particolare certificazione, ma che i questo ha messo tutto se stesso e le capacità necessarie per diventare un coach eccellente, potrà &#8220;stracciare&#8221; qualsiasi coach certificato ma mediocre assieme alle sue crtificazioni. La bravura e la reputazione presso clienti e potenziali clienti viene fuori nel coaching col tempo, come in genere in qualsiasi altra professione.</p>
<p>Fermo restando questo, può succedere che una certificazione dia alcune possibilità in più. Inoltre una scuola che è in grado di offrire una certificazione riconosciuta, dovrebbe anche essere una scuola in grado di erogare corsi che rispettano determinati canoni di insegnamento, cosa che torna utile a chi segue i corsi.</p>
<h3>4 &#8211; Chi sono gli insegnanti?</h3>
<p>E&#8217; davvero importante che chi insegna abbia una buona esperienza di coaching nella vita reale. Ci sono tanti libri sul coaching e se bastassero questi non ci sarebbe bisogno di frequentare una scuola. Un corso di coaching, invece deve essere in grado di comunicare la sua esperienza di coach con persone in carne ed ossa. E inoltre deve avere esperienza proprio nel particolare tipo di coaching che ti interessa.</p>
<p>Così come ci sono nelle università professori di marketing che sono &#8220;solo teoria&#8221; e che non hanno mai fatto vendere uno spillo neppure alla zia quando aveva il negozio di merciaia, così ci sono persone che pretendono di insegnare il coaching avendo magari seguito solo uno o due clienti. Per questo è importante sapere non tanto se gli insegnanti hanno particolari certificazioni, quanto invece chi sono i loro clienti e cosa i loro clienti pensano di loro. Quanto sono richiesti come coach nel loro ambiente? Perché insegnare coaching non deve essere un modo per guadagnare denaro, quando non si è mai stati davvero dei coach nella realtà.</p>
<p>E questo anche perché il coaching non è solo un&#8217;insieme di tecniche, ma è anche il modo in cui ogni singolo coach impiega queste tecniche integrandole con le caratteristiche della propria personalità. Cosa che può fare solo se è già stato davvero un coach nella realtà. Anche per questo è importante che gli insegnanti siano dei coach nella specifica specializzazione a cui si è interessati e sarebbe anche importante che ci sia un feeling di fondo tra coach e allievo: non tutti i coach sono uguali, non tutti gli allievi sono uguali.</p>
<h3>5 &#8211; Quale è il costo finale del corso e dell&#8217;eventuale certificazione?</h3>
<p>E&#8217; importante sapere queste cose con precisione, perché a volte capita che al costo nudo del corso si aggiungano man mano dei costi ulteriori: materiali didattici, spostamenti, eventuali session uno ad uno con coach/insegnanti, e altro.</p>
<p>Inoltre è bene capire se nel costo del corso sia compreso o meno il costo dell&#8217;eventuale certificazione. Seguire un corso è una cosa, ottenere una certificazione è un&#8217;altra. Anche perché le certificazioni, a seconda della realtà da cui sono emesse, hanno un costo che spesso viene fatto passare come costo dell&#8217;esame e che la scuola deve pagare per poter certificare i propri allievi. E generalmente più una certificazione è rinomata, riconosciuta nella comunità dei professionisti, più è costosa da ottenere.</p>
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		<title>Coaching e psicogeografia</title>
		<link>http://www.corsicoaching.info/comunicare-efficacemente/tecniche-e-strumenti/coaching-e-psicogeografia/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Jun 2010 11:30:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tecniche e strumenti]]></category>

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		<description><![CDATA[La psicogeografia: una potente alleata del coaching e della comunicazione efficace.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel coaching, come abbiamo visto in <a title="coaching e psicogeografia" href="http://www.corsicoaching.info/comunicare-efficacemente/tecniche-e-strumenti/re-artu-e-la-geografia-della-comunicazione/">questo articolo</a>, è essenziale conoscere i principi della psicogeografia e le disposizioni psicogeografiche di base, in modo da poter scegliere quella più indicata al raggiungimento degli obbiettivi desiderati.</p>
<p>Vediamo quindi quali sono le disposizioni più comuni e la logica sottostante ad ognuno.</p>
<h3>La disposizione a cerchio</h3>
<p>E&#8217; indicata in quelle situazioni in cui è bene non presentare ai partecipanti alcun tipo di gerarchia e in cui è bene che gli interlocutori possano guardarsi l&#8217;un l&#8217;altro in ugual maniera.</p>
<p>E&#8217; una disposizione che favorisce il confronto e crea un clima di collaborazione tra pari, in cui nessuno sente di essere per qualche motivo inferiore o superiore agli altri. Indicata quindi ad esempio in sessioni di brainstorming e confronto e discussione di idee.</p>
<h3>La disposizione a mezzo cerchio</h3>
<p>E&#8217; una disposizione in cui di solito al centro (posto sulla linea del diametro) vi è una persona, rivolta verso l&#8217;interno, che funge da coordinatore dell&#8217;interazione comunicativa e anche da interlocutore principale.</p>
<p>Tutti i partecipanti hanno la possibilità di guardarsi l&#8217;un l&#8217;altro e si percepiscono come pari, cosa che facilità il confronto e l&#8217;interazione, ma il loro sguardo è maggiormente diretto sulla persona al centro, che quindi viene percepita come una sorta di guida o di interlocutore privilegiato.</p>
<p>E&#8217; una dipsosizione adatta ad esempio a seminari e riunioni in cui si cerchi una partecipazione diretta delle persone ma che richiedano anche qualcuno che presenti ad esempio una relazione, magari con l&#8217;ausilio di una lavagna, coinvolgendo contemporaneamente o anche dopo, i partecipanti a discutere e a dare il loro contributo.</p>
<h3>Disposizione in riga</h3>
<p>In cui i partecipanti sono disposti fianco a fianco su una o più righe, con di fronte una persona o anche più persone. In questa disposizione i partecipanti non possono guardarsi l&#8217;un l&#8217;altro e quindi l&#8217;interazione tra loro viene sfavorita. La loro attenzione viene invece rivolta tutta a quell&#8217;unica persona, o a quelle poche persone, che hanno di fronte.</p>
<p>E&#8217; una disposizione che tende a mostrare un&#8217;evidente dissimmetria e quindi una possibile gerarchia tra i partecipanti, in cui generalmente quell&#8217;unica persona, o il piccolo gruppo, ha &#8220;in mano la discussione&#8221; e richiede l&#8217;attenzione degli altri alle proprie parole.</p>
<p>Per questo è la classica disposizione usata ad esempio nelle aule scolastiche, dove l&#8217;attenzione egli studenti deve essere distolta dal rivolgersi ai pari e viene invece dirottata completamente verso l&#8217;insegnante che occupa una posizione gerachica superiore.</p>
<h3>Disposizione a blocchi contrapposti</h3>
<p>E&#8217; una situazione in cui due gruppi di persone stanno uno di fronte all&#8217;altro, separati da una certa distanza. Questa disposizione evidenzia una certa contrapposizione tra i due gruppi, in cui l&#8217;attenzione di ognuno è rivolta all&#8217;altro gruppo molto di più che ai membri del proprio, quasi a controllarne le mosse e a difendersi da un possibile attacco.</p>
<p>L&#8217;interazione è quindi maggiormente tra individui dei due gruppi contrapposti, anche se non si presenta come un&#8217;interazione collaborativa, quanto invece di difesa/attacco.</p>
<p>Per questo è naturalmente la disposizione individuabile in molte delle situazioni in cui due gruppi si fronteggiano, o comunque si percepiscano, anche temporaneamente, come notevolmente diversi, quali ad esempio una battaglia, una partita di rugby o il momento iniziale di un incontro tra due delegazioni diplomatiche.</p>
<h3>Disposizione a rettangolo</h3>
<p>E&#8217; una situazione in cui i due lati più lunghi sono occupati da più persone e uno di quelli più corti da un&#8217;unica persona.</p>
<p>Questa disposizione mette in evidenza una forte dissimmetria tra i partecipanti. La persona sul lato più corto, infatti, ha una posizione privilegiata, perché con un&#8217;unico sguardo è in grado di guardare tutti gli altri e quini di esercitare un controllo anche se non direttamente evidente. Gli altri possono invece o guardare solo chi hanno di fronte oppure volgere lo sguardo per indirizzarlo verso la persona sul lato corto.</p>
<p>E&#8217; una disposizione che favorisce una discreta interazione tra i partecipanti, ma che evidenzia anche una forte gerarchia. Per questo è utilizzata in situazioni come riunioni tra più pari e un superiore, in cui quest&#8217;ultimo occupa chiaramente il &#8220;posto di controllo&#8221;.</p>
<h3>Per finire</h3>
<p>Tutte queste sono <strong>solo delle situazioni di base generali</strong>. Nella realtà le diverse disposizioni che possono crearsi sono talvolta delle situazioni &#8220;ibride&#8221; che influenzano la comunicazione in modi specifici.</p>
<p>Inoltre i rapporti di gerarchia ed altre relazioni che le disposizioni psicogeografiche di base suggeriscono, possono ad esempio invertirsi per la presenza di diversi fattori.</p>
<p>Non basta quindi osservare la psicogeografia di una interazione per poter trarre delle conclusioni sicure sulla situazione in cui questa avviene. Vedere ad esempio un gruppo di individui tutti rivolti verso un&#8217;unica persona che le fronteggia, può essere interpretato sia come un gruppo che ascolta e segue un capo, sia come un gruppo che accusa e giudica quell&#8217;unica persona.</p>
<p>Nelle interazioni comunicative rientrano quindi tutta una serie di fattori che accanto alle disposizioni psicogeografiche, che sono una parte essenziale,  contribuiscono tutti assieme a carattrizzare l&#8217;interazione e quindi a raggiungere o meno gli obbiettivi che la comunicazione si prefigge.</p>
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		<title>Re Artù e la geografia della comunicazione</title>
		<link>http://www.corsicoaching.info/comunicare-efficacemente/tecniche-e-strumenti/re-artu-e-la-geografia-della-comunicazione/</link>
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		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 11:53:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tecniche e strumenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Comunicare per raggiungere degli obbiettivi: ecco come la collocazione spaziale degli individui che partecipano alla comunicazione contribuisce a raggiungere gli obbiettivi desiderati.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Perché la tavola dei &#8220;cavalieri della tavola rotonda&#8221; era proprio rotonda? Se stai pensando che è perché allora si sarebbero chiamati in modo diverso, non è quello che la domanda intendeva chiederti&#8230;</p>
<p>La domanda invece invece ha a che fare con il perché si fosse scelto proprio il cerchio per disporre i cavalieri durante i momenti in cui riuniti dovevano prendere decisioni importanti. Forse una risposta in mente l&#8217;hai già: perché nel cerchio tutti i punti sono uguali rispetto agli altri e quindi non c&#8217;é nessun punto più importante degli altri, proprio come era per Artù e i suoi cavalieri.</p>
<p>Tutto questo ha direttamnte a che fare con il coaching. Infatti anche se la risposta di sopra è abbastanza ovvia, la logica che vi sta sotto, in diverse occasioni della vita di tuuti i giorni non è invece utilizzata da molte persone nella maniera più efficace.</p>
<p>La logica sottostante è infatti quella per cui <strong>la disposizione degli interlocutori nello spazio incide in maniera rilevante sull&#8217;efficacia della comunicazione</strong>.</p>
<p>Coloro che partecipano ad una comunicazione dovrebbero quindi essere disposti nella manera migliore per ottenere i risultati obbiettivo della comunicazione. Di tutte queste questioni si occupa nello specifico<strong> la psicogeografia</strong>, che studia appunto gli effetti sulla comunicazione delle disposizioni spaziali degli interlocutori.</p>
<p>Prendiamo ad esempio una riunione in cui un team deve trovare una soluzione ad un problema, producendo una serie di soluzioni possibili attraverso un brainstorming e poi discutendole e scegliendo le candidate migliori.</p>
<p>In una situazione del genere è probabilmente molto importante che ognuno si senta libero di esprimere qualsiasi cosa gli viene in mente, senza sentirsi in una posizione inferiore, per qualsivogla motivo, a nessun altro membro del team. Inoltre c&#8217;é anche la necessità di discutere le soluzioni che man mano emergono con l&#8217;uguale contributo di tutti.</p>
<p>In un caso come questo la disposizione psicogeografica a cerchio, sembra essere la più indicata per almeno due ragioni.<br />
Innanzitutto, come già detto, nessuno nel cerchio è in una posizione di superiorità rispetto a nessun&#8217;altro. Inoltre ogni partecipante può guardare in viso qualsiasi altro, cosa che in molte situazioni, anche se non in tutte, favorisce la comunicazione.</p>
<p>E&#8217; per questo che<strong> un buon coach avrà già chiaro da subito come disporre i partecipanti ad una interazione comunicativa</strong>, in modo tale che la disposizione spaziale contribuisca a raggiungere gli obbiettivi prefissati, invece che andare contro questi.</p>
<p>Difatti esistono diverse disposizioni psicogeografiche possibili e sceglire quella più indicata per una data situazione significa conoscere le diverse possibilità per scegliere la più efficace. Per questo in un prossimo articolo vedremo quali sono le disposizioni psicogeografiche più comuni.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Agire per cambiare</title>
		<link>http://www.corsicoaching.info/cambiamento/azione-e-cambiamento/agire-per-cambiare/</link>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 14:07:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Azione e cambiamento]]></category>

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		<description><![CDATA[Ecco perché uno dei più grandi nemici del cambiamento e quindi del raggiungimento degli obbiettivi è l'incapacità di passare all'azione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sai quale è una delle cose che impediscono alle persone di raggiungere i loro obbiettivi?</p>
<p>Forse avrai diverse risposte. Una però faresti bene in ogni caso a considerarla:<br />
la mancanza di azione.</p>
<p>O meglio. La mancanza di un giusto equilibrio tra la capacità di riflessione e di analisi da una parte e quella di saper passare all&#8217;azione dall&#8217;altra. L&#8217;immediatezza del pasaggio all&#8217;azione. Ed è proprio questa seconda che è a volte mancante.</p>
<p>Ci sono persone che agiscono impulsivamente in tutte le circostanze, anche quelle che richiederebbero più razionalità e riflessione. Ma ce ne sono altre che non smetterebbero mai di riflettere, di considerare una cosa da tutti gli angoli e soprattuto di abbozzare piani, per poi non metterli mai in pratica.</p>
<p>E il verbo &#8220;abbozzare&#8221; non è a caso, perché se i piani fossero davvero completi, sei si fosse davvero deciso con cognizione di causa che quello scelto è il piano migliore da seguire, probabilmente si sarebbe più convinti nel metterlo in pratica. Il problema è però che una certezza assoluta sulla bontà di un piano, non si può avere. Si hanno &#8220;certezze&#8221; più o meno probabili.</p>
<p>Di fatti ci sono però alcune persone che vorrebbero poter analizzare qualsiasi cosa, da ogni punto di vista e in ogni sua ultima implicazione, per avere una certezza assoluta della bontà di un piano. Spesso sono persone estremamente perfezioniste, altre volte sono semplicemente persone che hanno paura di sbagliare&#8230; La paura è spesso necessaria, evita di far commettere errori. Ma la paura eccessiva è è dannosa. E&#8217; quella la paura che blocca e congela nel regno del pensiero, lontano dall&#8217;azione.</p>
<p>C&#8217;è quindi un momento in cui alla fase di analisi bisogna dire basta per passare all&#8217;azione, anche se non si ha la certezza assoluta che il piano che si intende seguire è il migliore.</p>
<p>Anche perché se non si passa all&#8217;azione non si avrà neppure modo di sperimentare il proprio piano nella realtà. Perché è la realtà che per forza di cose ci darà dei feedback sulla bontà del nostro piano e quando è possibile ci darà l&#8217;occasione di correggerlo e perfezionarlo.</p>
<p>Spesso infatti è proprio dalla realtà che si impara, più che da qualsiasi libro o teoria pensata e mai praticata. Non è quindi positivo avere una eccessiva paura di sbagliare. La maggior parte degli sbagli possono infatti essere corretti. Chi teme sempre di sbagliare è come se invece pensasse che commettere un errore pregiudichi qualsiasi ulteriore possibilità.</p>
<p>Il giusto equilibrio tra pensiero e azione, tra analisi e realtà è quindi l&#8217;elemento chiave per iniziare a raggiungere i propri obbiettivi.<br />
E non c&#8217;é una ricetta universale che dica in ogni caso qual&#8217;è la dose di pensiero e di azione migliore. L&#8217;incertezza c&#8217;é sempre, almeno in parte. Si tratta di ridurla quanto è possibile, senza però che questo porti al non agire. Perché quando alla fine non si agisce si è quasi sempre schiavi della paura, invece che padroni del pensiero.</p>
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		<title>Il segreto dei campioni</title>
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		<pubDate>Tue, 11 May 2010 15:34:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Strategie efficaci]]></category>

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		<description><![CDATA[Perché non è vero che chi eccelle in un certo campo ci riesce solo perché è più dotato delle persone normali: ecco qual'è l'altro fattore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Perché alcune persone riescono ad eccellere in certi ambiti mentre altre falliscono? Perché esistono persone di successo e persone che il successo lo sognano soltanto? Forse starai pensando che la risposta più naturale è che chi eccelle ha particolari qualità, determinate caratteristiche, che lo rendono vincente mentre gli altri invece non le hanno.</p>
<p>Questa è una risposta in parte corretta, certo, ma che lascia in&#8217;ombra una grande parte del funzionamento della mente. Quello che questa risposta non porta alla luce è che chi eccelle, i campioni, riscono a focalizzarsi molto di più sui loro successi che sugli insuccessi. Tendono a ricordare molto di più quando vincono, quando hanno successo, rispetto a quando non ne hanno. Danno poco peso agli insuccessi e molto ai successi.</p>
<p>Perché? I motivi possono essere tanti. Ma i motivi che noi cerchiamo sono quelli che servono per cambiare e per arrivare a strategie più efficaci verso i propri obbiettivi. Bene, chi eccelle da più peso ai successi perché in essi trova piacere, un piacere che lo mette in una condizione emotiva che lo spinge a ricercare quel piacere e dare il meglio di sé. E&#8217; mosso dal piacere.</p>
<p>Chi non eccelle è invece mosso dalla paura. Paura di non riuscire ad ottenere i risultati voluti. Cosa che fa si che siano gli insuccessi passati ad essere sempre presenti alla sua attenzione. La paura è però una condizione emotiva che blocca, che inibisce le potenzialità che tutti abbiamo.</p>
<p>Chi eccelle, da poco o nessun ascolto alla paura. Quando sperimenta un insuccesso, ne prende certo atto, ma vi da poco peso. Non concede ai propri insuccessi le proprie energie emotive. E&#8217; invece sempre proteso al piacere del successo, ai ricordi di quando ha sperimentato dei successi e alla condizione emotiva che ciò gli ha provocato.</p>
<p>A questo punto credo che non potrai fare a meno di chiederti qualcosa come &#8220;Daccordo, chi eccelle è spinto dal piacere di vincere, gli altri sono spinti dalla paura di perdere. Ma come si fà a diventare alleati del piacere invece che servi della paura? Come faccio a provare piacere per i possibili risultati positivi se ho paura di quelli negativi?</p>
<p>Questa è una domanda essenziale e merita il tempo di una risposta che la soddisfi. O almeno che inizi a dare elementi per soddisfarla. Te ne parlo qui.</p>
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		<title>Saper scegliere per poter cambiare</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 12:25:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scegliere efficacemente]]></category>
		<category><![CDATA[Scegliere la direzione]]></category>

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		<description><![CDATA[Scegliere la direzione, il primo passo verso un vero cambiamento.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uno dei segreti del cambiamento, e non &#8220;segreto&#8221; nel senso di cosa che pochi sanno, ma nel senso di qualcosa difficile molte volte da padroneggiare, è che è arduo cambiare davvero se non si sa dove si vuole andare.</p>
<p>Ti sembra ovvio? Se per te è ovvio non solo a parole ma anche per chè si tra quei pochi che riescono ad avere naturalmente e sempre una direzione definita verso cui cambiare, allora ti puoi davvero ritenere fortunato. Ma generalmente non è così. Quello che succede è che molte volte vogliamo cambiare e non ci riusciamo proprio perché non riusicamo a scegliere e mantenere una direzione precisa verso cui andare.</p>
<p>Immagina ad esempio di voler cambiare lavoro. Non solo cambiare azienda o il luogo di lavoro, ma cambiare proprio la tua professione. La vuoi cambiare perché quello che attualmente fai non ti soddisfa, ti costringe, non ti permette di realizzare le potanzialità che senti di avere.</p>
<p>Bene. E&#8217; un&#8217;ottima intenzione. Ottima, ma così com&#8217;è probabilmente non troppo efficace. Se la tua volontà rimanesse esclusivamente focalizzata sull&#8217;intenzione &#8220;cambiare lavoro&#8221;, forse potresti passare i prossimi dieci anni a contemplare questa tua intenzione senza riuscire a cambiare assolutamnete nulla.</p>
<p>Quello che in questa intenzione, così com&#8217;è formulata non funziona è che non ti fornisce una vera direzione verso cui andare. Dei tanti possibili lavori e professioni che potresti scegliere non ne seleziona uno in particolare. E questa non è una cosa da poco.</p>
<p>La difficoltà, in una situazione come questa è che rischieresti di disperdere le tue risorse (di tempo, fisiche, mentali e magari economiche) saltando da una possibilità all&#8217;altra. Potresti magari trovarti per una settimana ad informarti per diventare, è solo un esempio, naturopata, un&#8217;altro mese potresti iniziare a studiare trading online, e per altri due mesi potresti inizare ad avviare un qualsiasi progetto per poi abbandonarlo. E così avanti.</p>
<p>La verità sottostante a questa impasse e che è una delle cose più importanti per iniziare un vero cambiamento è che per andare via da qualcosa, in questo caso il tuo vecchio lavoro, bisogna andare da qualche altra parte. Non riesci ad andare via da un luogo se non vai in un luogo diverso. Ma per muoversi davvero, e non fare solo qualche passo che poi ci riporta al luogo di partenza, bisogna scegliere una direzione e mantenerla.</p>
<p>Ed è questa la più grande difficoltà nel processo di cambiamento. E&#8217; spesso difficile scegliere dove andare ed è difficile mantenere la direzione.</p>
<p>E non è strano constatare che queste due cose sono in parte legate. Chi è infatti capace di scegliere bene, riuscirà con molta maggiore facilità a mantenere la direzione scelta ed andare verso l&#8217;obbiettivo. Riuscirà a farlo perché il tempo &#8220;impiegato bene&#8221; a &#8220;scegliere bene&#8221; gli avrà fornito</p>
<p>- la certezza di aver valutato le diverse possibilità e di aver scelto la migliore<br />
- la consapevolezza di avere le risorse necessarie per raggiungere l&#8217;obbiettivo scelto</p>
<p>Chi infatti desiste dai propri obbiettivi e passa il tempo a sceglierne di sempre nuovi quando incontra  le prime difficoltà, è perché pensa che esistano sempre delle scelte migliori dell&#8217;ultima fatta. E lo pensa perché non ha davvero valutato le diverse possibilità prima di effettuare la sua scelta.</p>
<p>Paradossalmente sovente il problema non è quindi quello di non avere scelte, ma quello di averne troppe. E quando ci sembra di non averne è spesso perché non riusciamo a scorgerle, ma questa è un&#8217;altra questione di cui parleremo in un&#8217;altro post.</p>
<p>Per questo motivo, nel nostro esempio, la tua semplice intenzione di cambiare lavoro, risulta inefficace. Per trasformarsi in qualcosa di utile deve essere riformulata in positivo, deve diventare un obbiettivo preciso verso cui andare, qualcosa come &#8220;voglio cambiare lavoro, voglio diventare&#8230;&#8221;.</p>
<p>Ma questo passaggio sottende il processo della scelta che è il modo in cui tra cui tra le molteplici possibilità teoriche si seleziona quella che si ritiene migliore. Il modo i cui si agisce per non farsi sommergere dalle possibilità e rimpallare dall&#8217;una all&#8217;altra, individuando invece la possibilità che si intende trasformare in realtà.</p>
<p>Allora adesso la domanda diventa: in che modo si può scegliere bene? Quali sono i fattori che intervengono in una scelta e che se ben gestiti la rendono efficace?</p>
<p>Questa è una domanda essenziale. E adesso non c&#8217;é lo spazio per rispondere come la questione merita. Ma forse ti interesserà sapere che sono fattori che hanno strettamente a che fare con te da una parte e con quello che ti lega al mondo, dall&#8217;altra. E in un prossimo articolo inizieremo a conoscerli da vicino.</p>
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		<title>Registrare le reazioni dell&#8217;interlocutore: il primo passo della comunicazione efficace</title>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 15:29:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conoscere l'interlocutore]]></category>

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		<description><![CDATA[Sapere notare e registrare le reazioni di chi si ha di fronte: ecco perché è il primo passo verso una comunicazione efficace. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Succede non di rado che nei corsi di coaching o nei seminari sulla PNL o su argomenti di comunicazione in genere, ci si concentri molto su alcune fasi della comunicazione &#8220;avanzate&#8221; quali quelle dell&#8217;interpretazione dei segnali dell&#8217;interlocutore (verbali o meno), sull&#8217;ottenere il rapport, sulla suggestione/ipnosi e similli.</p>
<p>Si dimentica così una di quelle capacità che sono alla base dei comunicatori capaci: il saper ascoltare. Se non sai davvero ascolatare non otterrai alcun vero rapport, non riuscirai ad interpretare chi ti sata di fronte e tanto meno a suggestionarlo. Ma cosa vuol dire davvero &#8220;ascoltare&#8221;? O meglio qual&#8217;è il primo passo verso un ascoltare efficace?</p>
<p>Bene. E&#8217; una di quelle cose che sono semplicissime a dirsi ma difficili da padroneggiare efficacemente: è l&#8217;attenzione. Una attenzione senza interpretazione. E&#8217; l&#8217;attenzione rivolta solamente a quello che ci sta davanti e non a quello che noi pensiamo sia nelle mente della persona con cui stiamo comunicando. E&#8217; l&#8217;attenzione per i cambiamenti fisici e i movimenti della persona con cui parliamo e NON per i pensieri che noi pensiamo quei movimenti e cambiamenti possano signficare.</p>
<p>Ecco un esempio. Immagina di trovarti a parlare con qualcuno, quando ad un certo punto il discorso cade sul cambiare lavoro. Da quel momento sino a che il discorso non cambia nuovamente, la persona con cui parli presenta questi comportamenti:</p>
<p>si tocca ogni tanto la nuca<br />
fa ogni tanto un impercettibile passo indietro e uno avanti<br />
ti guarda maggiormente abbassando la testa e di conseguenza alzando gli occhi<br />
accenna a ridere/sorridere più del solito</p>
<p>Ora se tu, al primo comportamento (toccarsi la nuca) avessi subito pensato qualcoa come:</p>
<p>- è un argomento che lo preoccupa<br />
- si vergogna a parlarne con me<br />
- non vuole dirmi la verità</p>
<p>o qualsiasi altra interpetazione, probabilmente non saresti stato in grado di notare gli altri comportamenti, perchè la tua attenzione sarebbe stata catturata dal tuo pensiero invece che dai comportamenti del tuo interlocutore. O anche peggio, ti saresti perso nel decidere quali delle precedenti interpretazioni fosse quella giusta.</p>
<p>Il primo passo dell&#8217;ascoltare è quindi quello di limitarsi ad osservare i cambiamenti che avvengono nel tuo interlocutore a seconda di come si svolge il discorso, delle tue azioni e delle tue parole, senza però pretendere di interpretare. Si tratta cioè di allenare la tua capacità di registrare informazioni &#8220;pure&#8221;, non mettendo a monte dei filtri interpretativi che tagliano fuori certi aspetti della realtà a discapito di altri. Questo ha due effetti.</p>
<p>Il primo è che così la tua capacità di osservare e di raccogliere informazioni riguardo a qualsiasi interlocutore si allargherà. Il secondo è che raccoglierai una maggiore quantità di informazioni su quel particolare interlocutore e potrai quindi fondare le tue interpetazioni su una base di dati più vasta. Avra quindi una maggiore possibilità di centrare il segno.</p>
<p>La capacità quindi di registrare il maggior numero di informazioni (pertinenti) possibili, senza farsi distrarre da tentativi di interpretazione, è la tua prima leva nella comunicazione. E&#8217; il primo passo basilare verso ciò che più è evoluto nella comunicazione, più la rende efficace: la conoscenza di chi hai di fronte.</p>
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